quella cosa chiamata cambiamento (storia di un chupito miracoloso)

quando ero una rampante adolescente non riuscivo a rimanere la stessa persona per più di dieci minuti.
ho anche pensato, in un certo periodo, di soffrire di qualche malattia dal nome preoccupante, ma ho in realtà capito in fretta che il mio unico problema fosse che non volevo perdermi nulla di quanto la vita avesse da offrirmi.
perché soffermarsi sulla musica rock se esistono anche il metal, il jazz, il blues, la musica classica, la bossa nova e il pop?
perché indossare solo eskimo e kefiah e colorarsi i capelli di viola se puoi anche vestirti con le scarpe abbinate alla borsa e portare una frangetta ordinata?
più crescevo e più mi rendevo conto di amare alla follia quella cosa chiamata cambiamento.
ripensandoci adesso, l’ho amato fin da piccola, perché ricordo chiaramente di aver scelto all’alba della prima media di non avere nessun compagno delle elementari nella mia nuova classe: e perché mai, li conoscevo già, io volevo incontrare persone diverse. volevo cambiare.
ho sempre pensato che i cambiamenti, di qualsiasi entità, siano una incredibile opportunità. eppure, ho passato la maggior parte del tempo degli ultimi anni a confondermi nell’immobile, a rimanere immutata, a lasciarmi scivolare la vita addosso che tanto avrò tempo poi e a vegetare per la maggior parte del tempo su un divano marrone vista tv.

mood

questa estate, dopo essere tornata dal meraviglioso viaggio nell’est degli stati uniti, sono andata a farmi coccolare da mamma & papà, ché qua si convive da ormai tre anni e una settimana senza bucato, cene da preparare, letti da rifare, superfici da pulire sembra un miraggio nel sahara.
il sahara: ci andrò prima poi, nel sahara.
sono arrivata in quel paesello ligure che mi ha vista crescere dalle formine ai mojito sperando di oziare come se non ci fosse un domani. e invece la prima sera ho presumibilmente sfiorato il coma etilico bevendo un non ben precisato numero di chupito con vodka alla menta e sambuca. e mi sono fumata un pacchetto intero di sigarette in una serata o meglio in una manciata di ore, qualcosa come quattro. ho passato una notte terribile, mancavano solo le allucinazioni ed ero al completo, grazie a dio che c’era la mamma a farmi la limonata fresca al mattino.
non ho più fumato da quel giorno.
ho passato la settimana a leggere, guardare nuvole grigie che non lasciavano spazio mai al sole, mangiare cose buone e pormi domande esistenziali, che quando torno lì torno anche un po’ adolescente.

mood

sono rientrata a milano il giorno prima dell’inizio di un nuovo anno, che si sa che comincia a settembre e certo non a gennaio.
in realtà era ancora agosto e io non ero ancora la persona che sono oggi.
quel giorno, a una settimana dall’ultima sigaretta, ho deciso che mi sarei messa a dieta e che finito di lavorare sarei andata a correre.
tempo due settimane sarei stata iscritta in palestra con una scheda nuova fiammante e obiettivi ambiziosi.
tempo tre mesi, avrei perso più di 15 kg.

e ho imparato una marea di ovvietà che davo per scontate. ho imparato che mangiare bene ti fa davvero sentire meglio e che sollevare pesi è molto più semplice di andare a correre. ho imparato che il cibo non può essere la risposta ad ogni problema, perché non risolve proprio nulla, mentre il benessere aiuta a focalizzarsi meglio. ho imparato che perseguire un obiettivo ma soprattutto raggiungerlo mi fa sentire orgogliosa di me stessa e mi stimola a superarlo ogni giorno. ora so che la forza non mi manca, la resistenza invece si ma ci sto lavorando. e voglio continuare a farlo. a lavorare, a imparare, a creare, a semplicemente fare.

ero stata ferma così tanto tempo da sentirmi intorpidita e muovermi non mi sembrava quasi vero.
mi sento come in fermento, sarà una primavera impegnativa e piena di cose nuove, sto cambiando e non c’è una sensazione più bella di questa.

a volte i chupiti possono essere miracolosi.


foto credits: pinterest
questo post è disponibile anche su medium

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