metti un febbraio a zanzibar

quando scendi dall’aereo e sei in africa, lo senti.
il suo è un odore impertinente che sa di ben rappresentare lo spirito del luogo e ti invade la narici, ti si attacca ai vestiti, ti entra negli occhi, ti prende l’anima e poi finisce che non te la lascia più.

ero già stata in africa, alcuni anni fa.
dopo la rottura con il ragazzo dell’epoca ero partita con qualche amico alla volta della costa kenyota.
erano state due settimane strane, fra mari in secca e piscine azzurre, casino pieni di italiani odiosi e discoteche colme di kenyoti gentili, sorridenti, sinuosi.
ogni pomeriggio alle cinque si beveva il tè, retaggio del periodo in cui il paese era una colonia britannica. un tè importante, imponente, profumato dei piccoli lime che ci immergevano dentro… ma questa è un’altra storia.

questa volta la scelta è ricaduta su zanzibar, isola al largo della tanzania con un mare che ha dell’incredibile e una capitale nientepopodimento patrimonio unesco.

stone town è un nugolo di viette labirintiche costeggiate da palazzi di pochi piani perlopiù scrostati o anneriti dal sole e dal tempo, con cavi elettrici a vista, delle magnifiche porte intagliate e una miriade di piccole botteghe ripiene di tesori di stoffa, argento e ebano.

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i bambini corrono fra le stradine urlandosi chissà che cosa, rincorrendosi l’un l’altro e cadendo dalle biciclette. intorno a loro sfrecciano motorini dell’anteguerra con su almeno tre persone e, quando ci passano, anche vecchie macchine che usano il clacson come fosse uno strumento musicale di cui abusare.

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il palazzo del sultano, con vista sul mare, è anche il museo nazionale… peccato che sia vuoto.
la zona del porto è invece quella più viva, oltre a qualche localino sui moli e ad una fontana vuota è il ritrovo dei ragazzi, che prendono brevi rincorse per lanciarsi in mare dai pontili facendo acrobatiche capriole in aria.

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la nostra guida, abdul, per gli italiani aveva cambiato nome in gianni. non ci ricordiamo mai i loro nomi zanzibarini, diceva, e allora loro ne scelgono di italiani. aveva 23 anni, abdul, ancora nessuna moglie e il sogno di costruirsi una casa. un euro ogni due mattoni per tirarla su, diceva, e uno stipendio medio è di settantacinque.

in campagna, ai bordi delle strade e poi via via verso l’interno si ergono edifici abbandonati, edifici che lo sembrano ma non lo sono, negozietti con in vendita qualsiasi cosa arrivi dal continente e decine di scuole. tutti, sono di fango e pietra, più raramente in cemento, con i tetti fatti di foglie o lamiera.

abbiamo visitato anche le piantagioni di spezie, un ragazzo dai liquidi occhi neri ci ha guidati pianta per pianta facendosi annusare di volta in volta cardamomo, chiodi di garofano, zenzero, vaniglia, noce moscata, pepe, cannella, albero del pane, curcuma… e per merenda, un lychee appena colto dal suo albero.
inutile dire che al mercatino locale ho fatto incetta di spezie che non vedo l’ora di provare!

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il mare è di sicuro il punto di forza di questa isola, ha un colore che non è né azzurro né verde ma un perfetto mix dei due, che da il meglio del suo meglio all’ora di pranzo quando si ritrova vuoto, perché i turisti corrono ai buffet e anche i beach boys si mettono al riparo dalla cattiveria di questo sole equatoriale.
le spiagge degli alberghi e dei villaggi sono pelopiù rialzate, perchè possano essere privatizzate e messe “al sicuro” dal fenomeno dei beach boys, che continuano ad essere però insistentemente presenti in riva al mare e ve ne accorgerete quando cercherete di fare una nuotata e ve li ritroverete a dar di bracciate di fianco a voi.
oltre ai beach boys la spiaggia è presidiata anche dai masai, che arrivano direttamente dalla tanzania con i loro mercatini stretti nelle viette fra una struttura e l’altra lungo la costa. non vogliono venderti nulla quando ti si avvicinano e ti accompagnano nelle lunghe passeggiate durante la bassa marea, vogliono solo che ti ricordi di loro e del loro numero di bancarella, così quando andrai al mercatino, comprerai da loro.

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michael, chissà qual’era il suo vero nome, ci ha raccontato che per tornare al suo villaggio in tanzania doveva fare un’ora di pullman fino a stone town, due di barca per arrivare al continente e poi di nuovo otto di pullman. ogni agosto si sposta a zanzibar per vendere le proprie creazioni perlopiù in ebano e ogni aprile torna a casa perché sull’isola comincia a piovere tutto il giorno, tutti i giorni e per questo si svuota. era cristiano michael e non sopportava gli zanzibarini perché sono musulmani e lui non li capisce i musulmani. possono avere così tante mogli e lui, che una ragazza l’aveva, aveva dovuto lasciarla perché i genitori di lei per sposarla volevano una mucca e lui i soldi per comprarla non li aveva.

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con un po’ di fortuna, affittando una barca per andare su una delle lingue di sabbia che l’oceano indiano dona al mondo per poche ore prima di riprendersele con sè, potrete scorgere dei gruppi di delfini che si divertiranno – seppur a distanza – ad accompagnarvi per un tratto di percorso.

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fatevi portare poi anche a nuotare fra le mangrovie che, in un punto non ben precisato dell’oceano, hanno creato una vera e propria baia dall’acqua calda color smeraldo e dai fondali alti, ripieni delle loro radici.

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non sono poche, ahimè, le difficoltà che questo paese da sempre affronta. il governo si trova sul continente e l’impressione generale è che poco gli importi di questa splendida isola in mezzo all’oceano, nonostante ogni turista che entri ed esca dal paese porti nelle sue tasche ben novanta dollari. come scrivevo prima, uno stipendio medio è di settantacinque euro e i conti sono presto fatti.
l’aeroporto è a dir poco ridicolo, considerando il fatto che si trova ad affrontare anche tre o quattro voli intercontinentali in partenza nella stessa mattinata con un solo varco di sicurezza dotato di metal detector. tutta la gioia della vacanza appena trascorsa si scioglie in uno stanzone di 80mq dentro il quale vengono stipati 500 turisti in attesa dei controlli. e a te non resta che sventagliarti alla meglio con il modulo dell’immigrazione ripetendo mantra a occhi chiusi per visualizzare mentalmente il colore di quell’incredibile mare che stai lasciando.

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