la prima casa non si scorda mai, i suoi natali nemmeno

sono nata in un piccolo appartamento pieno di libri e di gatti in zona città studi a milano e di quella casa, anche se l’ho lasciata che di anni ne avevo sei, ricordo tutto.

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ricordo la moquette grigio chiara del grande ingresso sulla quale veniva posizionato un grosso tavolo a natale e a pasqua quando tutta la famiglia si riuniva da noi. ricordo anche perfettamente il rumore dell’elettrodomestico (forse una lucidatrice?) che mia madre usava per pulire quel pavimento peloso.
proprio di fianco alla porta d’ingresso poi c’era tutta una file di mensole bianche e su una di queste c’era un piccolo distributore automatico di caramelle con un tappo rosso di plastica. ne avessimo mai mangiata una.
non ricordo il colore delle piastrelle del bagno ma ricordo che c’erano dei problemi coi tubi della vasca e che per un tempo che a me era sembrato infinito ma probabilmente era in realtà ben poco abbiamo convissuto con due grossi buchi all’altezza delle manopole dell’acqua. di fronte alla vasca c’era una scarpiera di cui mio padre aveva l’esclusiva (e la ha tutt’ora) sopra alla quale vivevano in una ciotola un paio di piccole tartarughine.
la cucina era grande, lunga e larga, tutta bianca e nera e rossa e mia madre ci cucinava le torte di mele che io non ricordo più. se si usciva in balcone si poteva sentir cantare il pappagallo dei signori del piano terra che viveva nel loro piccolo giardinetto.

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la zona giorno era separata dalla zona notte da un soffietto di plastica bianca con una rientranza nera a mo’ di maniglia. è una curiosa usanza quella del soffietto nella mia famiglia, ora che ci penso nella prossima casa potrei farlo tornare di moda.
la sala era in pratica un contenitore di libri con un tavolo, due divani gialli e milioni di soprammobili. non credo esista persona al mondo in grado di eguagliare la numerica di soprammobili raggiunta negli anni dai miei genitori. c’erano soprattutto due vetrinette, di cui una costruita interamente da mio nonno, ripiene di animaletti di vetro, ceramica e altri materiali. sopra uno dei divani c’era un grosso quadro dalla cornice leggermente bronzata raffigurante un paesaggio durante il temporale dipinto dall’altro mio nonno che oltre ad essere un pittore è anche uno dei più bravi raccontatori di storie di guerra al mondo.

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non ricordo molto la camera da letto ma potrei giurare di visualizzare ancora le barre contenitive di legno del mio lettino, per quanto questo sia abbastanza impossibile.
c’era anche uno sgabuzzino ma io non ci entravo mai perché ci abitava la cosa che più mi faceva paura al mondo: una pantera rosa a grandezza naturale che i miei genitori avevano tanto faticato per conquistarmi al luna park.
i natali in quella casa erano bellissimi perché erano i primi e si sa che babbo natale nei primi da il meglio. i due divani gialli durante la notte si riempivano di pacchetti, l’albero di natale (che a me sembrava gigante ma in realtà era proprio piccolino) si illuminava e la porta veniva socchiusa per lasciarmi solo presagire quello che mi aspettava quando mi fiondavo giù dal letto. mia madre era talmente brava con le faccende natalizie che la notte della vigilia, quando rientravamo dal consueto cenone a casa degli zii, io sentivo davvero le campanelle appese alla slitta risuonare nell’aria.

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a volte non so cosa darei per tornare a quelle notti, quando sprofondavo sotto le coperte e sapevo che di lì a poco sarebbe accaduto qualcosa di incredibilmente magico.

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